L’artigianato di Marrakech tra musei, souk, botteghe e café

Libri Le Jardin Marrakech

Finalmente dopo tanto ho preso coraggio e sono pronta a raccontarvi la mia esperienza nella città più rossa del mondo, Marrakech. Vi porto con me, in un viaggio di quattro giorni, alla scoperta del suo artigianato e delle tradizioni tessili, tra musei, souk, botteghe e cafè. Non sarà un vero e proprio itinerario, ma un elenco di posti che assolutamente consiglio di visitare.

Ma perché per scrivere questo post ho dovuto trovare il coraggio?

Il mio itinerario a Marrakech, tenutosi a fine Gennaio, è stato il mio primo viaggio al di fuori del continente europeo, qualche giorno prima che questa alienante pandemia avvolgesse tutto il mondo. Ho dovuto trovare il coraggio perché per me è stato un contatto con una realtà, con usi, con costumi e con una religione completamente differente dalla mia. Ho dovuto prendere coraggio perché scrivere questo post per me non è solo condividere consigli o indirizzi di luoghi che ho visitato, ma è anche raccontare emozioni e sensazioni alle quali in questo momento storico mi sono aggrappata, per trovare speranza e per avere ancora vivide le immagini di una città così diversa, multietnica, ricca di fascino e di mistero, con l’augurio di poter tornare presto a visitare e conoscere.

Camminavo più lentamente che potevo, osservando quei volti. C’erano volti che, in abiti diversi avrei preso per Arabi. C’erano i vecchi ebrei luminosi di Rembrandt… (Elias Canetti, Visita nella Mellah, da “Le voci di Marrakech”, Adelphi)

Essendo Marrakech, una città così antica, così tanto radicalizzata nei suoi costumi, ma al tempo stesso aperta al prossimo e quasi per alcuni versi magica è bene spendere qualche riga sulle sue origini prima di addentrarmi nel racconto della mia esperienza.

Le origini di Marrakech in breve

Da una parte i monti della catena dell’Alto Atlante e dall’altra la pianura Haouz, arida e secca. E’ qui che la prima grande dinastia dei Berberi, gli Almoravidi, popolazione proveniente dal Sahara della Mauritania, si instaurò nei territori dell’attuale Marocco e nella Spagna Meridionale tra il XI e XII secolo. Sull’attuale Marrakech sorgevano dunque i primi stabilimenti berberi. La scelta di stanziarsi a Marrakech era dettata principalmente da esigenze strategiche e commerciali di questo popolo conquistatore. La zona permetteva la lontananza dai popoli frequentati in precedenza e il controllo degli sbocchi della catena montuosa dell’Alto Atlante. Marrakech, anche grazie ai numerosi edifici costruiti e alla politica espansionistica del suo popolo, divenne la prima capitale dell’Impero, nella quale si svolgeva un’intensa attività culturale e commerciale.

Furono gli Almoravidi che per primi, per difendersi dagli attacchi di altri popoli nemici progettarono le mura della cittadella (l’attuale Medina). Costruite con un impasto che vede come elemento principale la terra del deserto, sono tutt’ora visibili (sono lunghe ben 19 km) ed esprimono a pieno la loro bellezza al tramonto, quando assumono sfumature dal rosa al rosso intenso.

Ben presto però accanto alla dinastia degli Almoravidi, un’altra popolazione cominciò ad estendere i suoi possedimenti. Gli Almohadi, provenienti dai monti Altlas, predicatori di una religione islamica su basi rigorose e severe, in poco tempo sterminarono gli Almoravidi, ottenendo nel 1147 il pieno controllo dell’Impero. Essi diedero alla città di Marrakech splendore e ricchezza; tra gli edifici che costruirono è celebre il minareto della Koutoubia, elemento tutt’ora simbolico. Nel 1185 cominciò anche la costruzione di una vera e proprio cittadella fortificata. Negli ultimi anni la dinastia conobbe lotte e insurrezioni interne; in questo clima di incertezza i Merinidi occuparono Marrakech nel 1269.

Dalla dinastia dei Wattassidi in poi, nel XVI secolo, la città conobbe un momento di estrema ricchezza. Nella metà del Cinquecento i Saadiani intrapresero vittoriosamente la liberazione delle coste del Marocco dalla presenza dei coloni portoghesi e spagnoli e scelsero nel 1524 Marrakech come capitale. La città iniziò ad ingrandirsi e si formarono dei veri e propri quartieri dediti alle attività commerciali o artigianali.

Dal 1912 le truppe francesi penetrarono a Marrakech; essi decisero di lasciare intatta la città vecchia e di costruire un nuovo quartiere all’esterno delle mura (Ville Nouvelle). Dal momento che la città si rese indipendente dai francesi, la sua espansione è aumentata in continuazione, arrivando a contare una popolazione di un milione e solo seconda a Casablanca per le attività commerciali.

Il miei punti di interesse nella Medina di Marrakech

In una giornata di fine gennaio, quando l’Italia affronta i giorni più freddi e rigidi, il sole sul Marocco sembra assumere riflessi dorati, riscaldano l’atmosfera, regalando un clima mite e favorevole. Atterrata all’aeroporto Menara, a soli 3 km da Marrakech, un cielo azzurro mi ha accolta. Ecco che immediatamente percepisco la diversità del mondo arabo, non solo nel modo di vestire, nelle usanze, ma anche negli edifici, nelle strade e nel modo vero e proprio di vivere. Sono pronta per andare alla scoperta dell’artigianato di Marrakech, tra souk, botteghe e musei.

Il contrasto tra la città nuova Gueliz o ribattezzata Ville Nouvelle e la Medina (Patrimonio dell’Umanità dell’Unesco) è immediatamente visibile. Se all’esterno della cittadella sono presenti palazzi con insegne con colori accesi, supermarket, lunghe strade asfaltate e rinomati musei e giardini (Museo di Yves Saint Laurent e i Giardini Majorelle), la città vecchia è l’esatto contrario: tutto è così raccolto, velato, nascosto, quasi labirintico, nessun edificio sembra avere contorni o perimetri definiti.

L’accesso alla Medina è consentito tramite i principali portoni, alcuni dei quali ancora ben conservati, che testimoniano l’apertura e al tempo stesso la chiusura della città al resto del Marocco. Se da una parte essi avevano la funzione di protezione, dall’altra parte indicano principalmente le diverse strade della nazione che conducono alla città, punto focale per gli scambi commerciali, sia in passato che tutt’ora. La porta di Bad Doukkala a ovest, ad esempio, era ed è la porta di accesso principale per chi raggiunge la Medina dalla regione costiera tra Essaouira e Safi.

Probabilmente le porte non hanno e non avevano la funzione di accesso solo in merito alla strada di provenienza, il motivo era anche un altro, che dipendeva e dipende ancora attualmente dall’ attività commerciale o artigianale che si voleva/vuole raggiungere.

Marrakech, sin dall’origine, essendo principalmente una città che fonda la propria economia sul commercio è divisa in tantissimi quartieri, ognuno con le sue caratteristiche, distinguibile dalle attività che vengono svolte all’interno. A nord si trovano i principali suok, la Medersa Ben Youssef (Scuola Coranica) e alcuni musei, come il Museo della Fotografia o il Museo di Marrakech. A sud si trovano invece i palazzi nobiliari (Palazzo El Badi, Palazzo della Bahia) nel quartiere Kasbah, le tombe Saadiane e il Mellah, il quartiere ebraico. Tutte le strade però conducono sempre e solo ad un posto: Piazza Jemaa El Fna.

Di seguito alcune delle tappe del mio itinerario a Marrakech che ho ritenuto più appropriate per il blog.

Il mio soggiorno al Riad Dar Titrit

Per i miei quattro giorni a Marrakech, ho deciso di soggiornare in un Riad. Queste costruzioni a più piani, divise in più stanze con giardini interni, cortili e fontane sono state per secoli le abitazioni tradizionali della cultura marocchina.

Per la mia permanenza ho prenotato una camera al Riad Dar Titrit, vicino al Jardin Secret, a nord di Jemaa El Fna. Ancora una volta il contrasto tra l’esterno, la città con le sue piccole strade trafficate e i muri rossi, lascia il posto al bianco, ai dettagli in legno e ferro battuto e alla tranquillità delle maison boutique. Il tutto è stato reso ancora più dolce dalle deliziose colazioni, a base di frutta fresca e crepes preparate al momento o dalla terrazza dove è possibile riposarsi o prendere qualche raggio di sole, con vista sui tetti di Marrakech. L’accoglienza da parte del personale è stata eccezionale; la sera per rendere l’ambiente ancora più cozy nella zona lounge veniva acceso anche un caminetto. La posizione ottima, mi ha consentito di visitare ogni tappa di Marrakech tranquillamente a piedi, senza dover prendere i taxi (petite taxi o grand taxi).

Dettaglio cortile Riad Dar Titrit
Terrazza Riad Dar Titrit

I suoni, i profumi, i colori a Piazza Jemaa El Fna

Con il suo perimetro irregolare, delimitato dai souk e dalla posta e dalla banca di Marrakech, è il punto di raccordo fra la parte sud della città con i palazzi signorili e la parte nord, dedicata alle attività artigianali. Dichiarata dall’UNESCO crocevia culturale, “capolavoro del Patrimonio orale e immateriale dell’Umanità”. E’ impossibile raccontare di Marrakech senza citare questo incredibile e magico posto.

Piazza Jemaa El Fna (in arabo “la riunione dei trapassati”) è il cuore, centro vitale della città antica. Qui tutto ciò che nell’immaginario collettivo rimanda alle fiabe arabe (i ladroni, Alì Babà, i tappeti volanti, i serpenti, i carretti stracolmi di pop corn) sembra prendere magicamente vita. Ogni cosa in questa piazza è volatile, quasi come una nuvola passeggera nel cielo azzurro saturo del Marocco. Le attività che sono presenti durante l’intera giornata, con il calare della luce abbandonano il loro posto, per donarlo a cantastorie, musicisti, scimmiette, ballerini o incantatori di serpenti, oltre alle innumerevoli bancarelle che rilasciano nell’aria profumi speziati e decisi. Qui ogni tipo di pietanza tipica della cucina marocchina viene venduto, dalle spremute di melograno ai tajine, ai dolci dalle più svariate forme con miele, acqua di rose o sesamo.

Rimarrete incantati dai profumi, dai colori, dagli abiti indossati, dai visi, dalle espressioni e vi farete trascinare in questo vortice di atmosfere e sensazioni.

La sera, quando era già buio, andavo nel settore della Djema el Fna in cui le donne vendevano il pane. Accucciate per terra, formavano una lunga fila e il volto era tutto velato, tanto che si vedevano solo gli occhi. Ogni donna aveva davanti a sé un cesto coperto da un panno. Il profumo del pane mi saliva alle narici.

[…] Tutto era tenuto sotto controllo, parole di fuoco volavano lontano, ma non più di quanto volesse il cantastorie. Un’atmosfera eccitata sovrastava gli spettatori; e uno come me, per poco che capisse, sentiva fremere la vita nella mente di coloro che ascoltavano. In onore alle loro parole i cantastorie erano vestiti in modo appariscente. Il loro abbigliamento si distingueva sempre da quello degli ascoltatori. Amavano soprattutto le stoffe più preziose. Avevano l’aria di personalità eminenti, ma come di fiaba. Raramente rivolgevano lo sguardo agli uomini da cui erano circondati. Tenevano gli occhi fissi sui loro eroi e sui loro personaggi. Gli stranieri per loro non esistevano affatto, in quanto non cadevano sotto il dominio delle loro parole. […] Mi sentivo fiero del potere che il loro raccontare esercitava su quelli che parlavano la loro stessa lingua.

[…] la piazza fosse sotto l’influsso di un incantesimo. Davvero in quel momento mi sembrò di essere altrove, di aver raggiunto la meta del mio viaggio. Da lì non volevo più andarmene, ci ero già stato centinaia di anni prima, ma lo avevo dimenticato, ed ecco che ora tutto ritornava in me. Trovano nella piazza l’ostentazione della densità, del calore della vita che sento in me stesso. Mentre mi trovavo lì, io ero quella piazza. Credo di essere sempre quella piazza. (Elias Canetti, La scelta del pane, da “Le voci di Marrakech”, Adelphi)

(Consiglio, anche se è un’usanza prettamente turistica, di sorseggiare il tè alla menta servito con zollette di zucchero, sulle terrazze del Café de France o del Café Argana per cogliere a pieno dall’alto l’atmosfera della piazza aspettando il tramonto, con vista all’orizzonte sugli innevati monti Atlas che fanno da scudo alla pianura di Marrakech.)

Jemaa El Fna al tramonto

Il Café Le Jardin a Marrakech e la boutique della designer Norya Ayron

Altra tappa del mio viaggio a Marrakech è stato il ristorante Le Jardin. A nord di Jemaa El Fna, è presente una piccola oasi in cui sorseggiare un buon tè alla menta o dei gustosi piatti a base di lenticchie. Appartenente insieme al ristorante Nomad e al cafè des épices, di una “catena” di ristoranti e cafè dal design accattivante che vede come proprietario Kamal Laftimi, Le Jardin è stato ristrutturato dall’architetto Anne Favier, sulla base di un preesistente edificio del XVI secolo. L’interno richiama lo spirito e lo stile 60s e 70s, anni in cui la città di Marrakech ha inglobato le influenze di artisti e bohemien chic provenienti dall’Europa, in cerca di ispirazione o semplicemente di una via di fuga. Interessante la cura dei dettagli; dalle texture delle superfici, ai giochi di luce ai libri di moda sulle mensole.

Al piano superiore del ristorante, tramite una scalinata, si accede alla boutique della designer Norya Ayron, di origine algerine. Dal 2013 Norya progetta collezioni di kaftani, tute, lunghi abiti, tuniche, blouse senza tempo, in colori vivaci. Il lavoro della designer però porta avanti una causa ben più profonda. Da sempre sostenitrice del lavoro manuale, ha deciso di collaborare con le donne della Medina per aiutarle, dare loro un aiuto ed emanciparle. Alle origini del successo della designer è presente il grande storytelling delle tradizioni artigianali marocchine.

Fiori all’interno di Le Jardin
Le Jardin e il pane marocchino
Interno di Le Jardin
Dettagli Le Jardin
Boutique di Norya Ayron al piano superiore di Le Jardin
Kimono, Norya Ayron, Foto di Sebastian Böttcher, Fonte Vogue Arabia

Il Museo di Marrakech

Altra tappa interessante è il Museo di Marrakech, ubicato sulla stessa piazza della Medersa Ben Youssef. Si tratta di un museo privato, progettato nel 1997 dalla Fondazione Omar Benjelloun, che decise di restaurare il palazzo Mnebhi. Finito di costruire nel XIX secolo, l’edificio, un tempo residenza del sultano Moulay Abdelaziz, occupa una superficie di circa 2000 metri quadri nel cuore della Medina. La lussuosa dimora è contraddistinta da ampi spazi, come i saloni, le cucine, gli ambienti dell’hammam (riconoscibili per il soffitto a cupola), che si dispongono attorno ad un patio centrale con piccole fontane, tutti finemente decorati da tessere di terracotta smaltata. Sul soffitto un gigantesco lampadario in ottone.

Le ricche stanze, adibite a spazio espositivo permettono di ripercorrere parte della storia del Marocco e di Marrakech. Sono presenti diverse sezioni, alcune delle quali adibite all’esposizione di oggetti, fotografie, tessuti e gioielli rari appartenenti alle popolazioni berbere del passato o altri popoli arabi, tramite i quali è possibile percepire l’artigianato e le tradizioni tessili del Marocco.

Caffetteria del Museo di Marrakech
Interno del Museo di Marrakech
Fotografie al Museo di Marrakech
Interno del Museo di Marrakech
Soffitto intarsiato al Museo di Marrakech
Tessuti al Museo di Marrakech

Rue Bab Taghzout: la via delle botteghe di tessuti

A nord del mio riad e dunque a nord di Jamaa El Fna, in una zona assolutamente poco turistica, precisamente nella via Bab Taghzout, è possibile trovarsi davanti una schiera di negozi di tessuti o mercerie a cielo aperto, in cui le donne dei dintorni di Marrakech vengono a rifornirsi per i lavori manuali di sartoria domestici. La via è tappezzata di botteghe e negozi che oltre a vendere jellaba (tunica) e hijab (velo per coprire il volto, i capelli e le spalle), commerciano anche passamanerie, bottoni, spolette e altri articoli di sartoria. Bisogna assolutamente dimenticarsi i negozi veri e propri del mondo occidentale; qui essi sono contraddistinti da un piccolo locale quadrato o rettangolare all’interno di un edificio, con un bancone in legno rivolto verso l’esterno. I commercianti difficilmente parlano inglese o francese; il prezzo in dirham (la moneta del Marocco) viene scritto su fogli volanti.

Tessuti in via Bab Taghzout
Macchine per cucire
Scatole di bottoni
Bottoni e magazine di cartamodelli

Sono molti i piccoli laboratori che si possono scovare per la città di Marrakech; si vedono donne alla macchina per cucire, ma anche abilissimi uomini che conducono piccole attività sartoriali e di lavanderia. Oltre a ciò sono numerosi i negozi di riparazione di macchine per cucire. In alcune vetrine è possibile vedere macchine italiane Borletti o Singer.

Macchina per cucire dell’azienda italiana Borletti
Negozio di riparazione di macchine per cucire

I souk di Marrakech

Continuiamo il percorso alla scoperta dell’artigianato di Marrakech addentrandoci nei souk (luogo in cui si vendevano gli animali). Questi ultimi, situati subito a nord di Jemaa el Fna, possono essere paragonati ad un maestoso e labirintico bazaar (il navigatore del cellulare è d’obbligo), in cui sono presenti circa 10.000 artigiani, delle quali bancarelle, i confini sono indefiniti.

Se la Medina di Marrakech è divisa al suo interno in quartieri, si può dire altrettanto dei souk. Essi sono come una cittadella in cui ogni spazio ha un ruolo e una mansione, nonché una corporazione ben definita, quasi come le antiche cittadine medievali. Si può trovare dunque il souk dei tintori della lana, quello delle babbucce, dei conciatori, dei fabbri, degli intarsiatori del legno e così via, oltre alle numerose farmacie/erboristerie, sempre presenti in ogni via, nelle quali uomini in abiti dai colori accesi, con lunghe e scure barbe preparano intrugli benefici all’olio di argan o all’acqua di rose o portentosi afrodisiaci.

Alla mattina presto o durante il richiamo della preghiera i suk appaiono più calmi e di conseguenza facilmente percorribili (senza il continuo sorpasso di motorini o asini con carretti). Nel tardo pomeriggio invece buona parte della popolazione, soprattutto giovani si riversano nelle vie. Al calare del sole invece tutti i laboratori e i negozi ritirano all’interno dei piccoli locali la merce. Alle nove di sera le strade appaiono deserte e silenziose, come se si fossero prese una pausa per ricominciare il giorno seguente.

Posso dire chiaramente di essere partita con un itinerario per i souk ben preciso. I volti, i colori, i profumi, gli edifici però non hanno fatto altro che portarmi verso una meta indefinita. Ho così deciso di abbandonare tutti i calcoli e vagabondare lasciandomi guidare dalle sensazioni.

La visite ai diversi souk richiedono molto tempo, dipende quanto ne avete a disposizione per addentrarvi e percepire a pieno l’atmosfera di questo immenso “paese dei balocchi” e da che prodotto siete maggiormente attratti. Nel caso in cui abbiate poco tempo consiglio di munirvi di navigatore e di scrivervi la lista dei souk che volete visitare, in modo tale da arrivarci più facilmente. Le buone guide turistiche di Marrakech forniscono i nomi dei diversi souk e una breve e indicativa descrizione.

Parete con ogni tipologia di borsa in paglia
Nel souk dei fabbri

Tradizionalmente presso la grande moschea si trovano i venditori di libri, manoscritti, profumi, babbucce di qualità, gioiellieri. Più lontano si trovano i grossisti di tessuti e più lontano ancora i mestieri più rumorosi: carpentieri, falegnami, ramai. Presso le porte si trovano i i venditori di armi e i fabbricanti di selle, di materiale per la fabbricazione di tende per i nomadi: i teli, le corde, indumenti adatti alla vita nel deserto. Tutte le altre attività che richiedono molto spazio o vicinanza all’acqua, come il commercio degli animali o dei legumi, o che sono maleodoranti, come i tintori e i conciatori, si trovano in grandi spazi esterni. (A. Bravin, Marrakech e dintorni. Il fascino della città rossa. Polaris, 2010)

Souk des Teinturiers: l’artigianato tessile a Marrakech

Di particolare rilevanza per me è stato il souk dei tintori di lana: le lane tinte con metodi antichi, ma spesso con coloranti sintetici, da uomini esperti, sono appese ad asciugare su lunghe aste, come fossero un vero e proprio soffitto variopinto. A seconda della tintura appena effettuata, si passa sotto a passaggi contraddistinti da colori vivaci, dal blu, al giallo, al rosso, al verde in cui sulle pareti laterali sono presenti, come delle pitture rupestri o degli stampi, orme di mani variopinte.

Entrata del Souk dei Tintori o Souk Sebbaghine
Locandina Souk des Teinturiers
Entrata del Souk des Teinturies
Fotografie d’epoca
Seta grezza pronta per essere tinta
Pentolone e caldaia per la tintura
Uomini al lavoro
Pelle appesa ad asciugare

Questo souk è contraddistinto da spazi comuni in cui la lana o anche la seta (spesso è seta di cactus dell’aloe) è posta ad asciugare su grandi bastoni, probabilmente di legno di corniolo o bambù, come già avevo approfondito nei post, nella sezione dedicata alla tintura del Museo della Seta di Como e del Museo del Tessile di Busto Arsizio. Ai lati di questi ambienti di condivisione si diramano piccole stanze in cui sono presenti una caldaia e grandi pentoloni utili per la tintura. Non mancano anche piccoli laboratori in cui si lavorano le pelli. Poco distanti i laboratori con strumenti per la filatura e la tessitura. Addentrandosi ulteriormente è possibile arrivare a bancarelle dedite alla vendita di tappeti o pashmine (anche se purtroppo esse disposte in modo ordinato e con fattezza simile, non avevano l’idea di essere realizzate artigianalmente).

E’ bene ricordare anche come il Marocco sia uno dei paesi in cui molte aziende di moda fast fashion e non, data la disponibilità di manodopera e la capacità manuale di questo popolo, mandano in produzione il loro campionario. Di conseguenza il prodotto identico, realizzato in serie facilmente può capitare sulle bancarelle dei souk. Bisogna dunque avere occhio critico quando si vogliono acquistare alcune tipologie di prodotti.

Il souk dei tintori rispetto al passato ha perso la sua autenticità. Dalle fotografie e dai filmati d’epoca che ritraggono il quartiere, traspare un’atmosfera diversa rispetto ad oggi. La mole di matasse tinte e il carico di lavoro era ben diverso da quello che si può osservare ora.

Fotografia di René Bertrand, 1958, Fonte Mangin2marrakech.canalblog.com

Nel post dedicato al Museo della Seta di Como, ho approfondito come la lavorazione della seta avesse riguardato anche le popolazioni del Nord Africa. Probabilmente tra queste, anche quelle marocchine diedero un forte impulso allo sviluppo della lavorazione serica e alla sua diffusione. Questo è testimoniato anche dall’abilità nella tessitura. A Marrakech, nonostante siano rimasti abilissimi artigiani (della pelle, del legno, del metallo ecc.) l’aspetto di artigianalità come un tempo si è perso pian piano con l’arrivo di influenze europee.

Artigianato di Marrakech, 1960, Fonte Youtube

Rinomati sono i tappeti che confluiscono a Marrakech o nei souk delle altre città dai villaggi dell’Alto Atlante o dalle pianure del Haouz o dai Monti del Medio Atlante. I tappeti che si producono ad Haouz sono caratterizzati da un fondo rosso e motivi geometrici disposti sia in maniera rigorosa che casuale. Sono tappeti dalle grandi dimensioni, realizzati con un ordito di pelo di capra e da una annodatura fine. I tappeti dell’Alto Atlante appaiono invece lavorati con lane lucenti e i motivi ricordano quelli orientali turchi o delle regioni del Caucaso. Per finire i tappeti provenienti dal Medio Atlante, ottenuti anch’essi da lane lucenti, ma realizzati in modo monocromatico. Accanto a questi è però possibile trovarne alcuni con fondo grezzo, ecrù e motivi neri.

Fotografia di René Bertrand, Fonte Mangin2marrakech.canalblog.com
Tappeti nella Medina
Come viene realizzato un tappeto, Fonte Youtube

Il quartiere Mellah e le gioiellerie

Se siete diretti alle Tombe Saadiane, a sud di Jemaa El Fna, è presente il quartiere ebraico, chiamato Mellah, o Gran Bijouterie, contraddistinto da attività legate all’artigianato, in particolare dalla lavorazione del metallo. Sono stati addirittura costruiti dei passages couverts (piccole gallerie) come quelli parigini in cui è possibile ammirare veri e propri negozi di gioielleria. Le strade in questa zona appaiono anche più ampie e maggiormente percorribili, rispetto al resto della Medina.

Bab Ed Debbagh e la lavorazione delle pelli

Fuori dalle mura, a nord, si trova Bab ed Debbagh (la porta dei conciatori); è il quartiere della lavorazione delle pelli, fuori le mura a causa dell’odore. Anche qui si trovano le grandi vasche per la concia delle pelli, eseguita in maniera artigianale.

Gueliz: il quartiere moderno di Marrakech

Con il Protettorato Francese (sancito dal Trattato di Fez), dal 1912 il Marocco e la città di Marrakech passarono sotto la dominazione francese. Il Generale francese Louis Hubert Lyautey decise di lasciare intatta la Medina per effettuare invece interventi urbani nella periferia adiacente, utili al soggiorno delle truppe e dei capi dell’esercito francesi, realizzando edifici dallo stile vagamente Art Decò e pensando ad una urbanizzazione del territorio molto simile alla città di Parigi: grandi viali, café, piazze, giardini, ville e teatri. Gli ufficiali o i capi dell’esercito si trasferirono qui con le famiglie, di conseguenza dovevano avere a disposizione gli stessi agi e divertimenti che avevano lasciato in Francia. Dalle numerose fotografie d’epoca è possibile comprendere come la città, progettata dall’architetto Henri Prost fosse secondo gli standard europei, senza tener conto dell’estremo contrasto che le nuove architetture avrebbero portato nella città di Marrakech.

Tra gli anni Cinquanta e Settanta del XX secolo la zona ha avuto un notevole ampliamento. Numerosi sono stati gli Europei facoltosi che decisero di aprire attività nella città o semplicemente alloggiare e farsi ammaliare dall’atmosfera araba della cittadina marocchina. Uno tra questi fu proprio Yves Saint Laurent, con il compagno Pierre Bergé.

I grandi viali che caratterizzano la Nouvelle Ville sono oggi sede di catene commerciali e di fast-food americane ed europee.

Passerete sicuramente tra questi edifici se nel vostro itinerario sono presenti il Museo Berbero, i Giardini Majorelle e il Museo di Yves Saint Laurent.

L’artigianato al di fuori di Marrakech

Accanto ai prodotti artigianali o non presenti nei souk, esistono delle realtà quasi prettamente rurali adiacenti a Marrakech o in altre cittadine come Fes, Rabat e le regione del Medio e Alto Atlante, in cui la produzione artigianale dei prodotti tessili, con le diverse fasi, è un’attività quotidiana, soprattutto per le donne, le quali, data la loro bravura e capacità manuale vengono chiamate maalem. In questi luoghi il sapere è ancora trasmesso oralmente. I prodotti che è possibile acquistare sono realizzati principalmente in lana o in alcuni casi in seta dal cactus dell’aloe; le tinture provengono interamente da prodotti di origine animale, vegetale o minerale e anche la tessitura è realizzata con telai a mano.

E’ bene però accertarsi, chiedere la provenienza dei prodotti, provare a conoscere il personale che ci lavora e capire se hanno delle stanze adibite alla produzione con telai e macchine da cucire o da ricamo. Alcuni prodotti artigianali è possibile trovarli anche nelle città più piccole, dove i produttori locali vendono ed espongono la loro merce. In base alla regione del Marocco in cui vi troverete, potrete trovare tappeti, ceramiche, gioielli, tessuti effettuati con diverse lavorazioni o con differenti colori.

Un esempio di artigianato rurale è stato testimoniato dalla Maison Dior per la Collezione Dior Cruise 2020.

Per l’occasione Maria Grazia Chiuri ha deciso di intraprendere una collaborazione con le donne Sless (un gruppo/tribù berbera) che vivono a nord del Marocco, sulle colline della catena montuosa Rif Massif. In questa atmosfera nasce Sumano, un progetto speciale fondato da tre giovani donne con l’obiettivo di far rivivere l’artigianato delle antiche tribù del Marocco. L’idea di questa associazione nasce in seguito a dei viaggi in Marocco, in cui le fondatrici, in seguito a delle ricerche, hanno scoperto tribù che utilizzavano ancora delle tecniche completamente manuali e naturali per la realizzazione di ceramiche e tessuti. Rimanendone completamente entusiaste, esse decidono dunque di preservare questi saperi, tramandati oralmente di generazione in generazione e condividerli alle realtà esterne al Marocco. Ho trovato interessante l’intervista realizzata da James Renouf, autore del blog Notfromhere, ad Alicia Chovelon, una delle fondatrici del progetto.

La Maison Dior ha deciso di collaborare con l’associazione sostenendo il savoir – faire delle donne marocchine. Le ceramiche dai colori ocra, terra bruciata, con motivi geometrici e stilizzati perfettamente in armonia tra di loro hanno ricreato l’atmosfera nella scenografia della sfilata che si è venuta a palazzo El Badi, mentre i tessuti, realizzati e tinti completamente a mano dalla tribù Feija dell’Alto Atlante sono stati i protagonisti della collezione. E’ davvero impressionante come queste donne siano una grande comunità, così unite e dalle abilità manuali straordinarie. In modo particolare sono rimasta davvero colpita dalla manualità nella tessitura e dal come, con maestria compongono il tessuto, intonando un canto.

Dior Cruise 2020, Fonte Youtube

Considerazioni

La mia permanenza di quattro giorni a Marrakech mi ha regalato moltissimo in termini di conoscenza di usi e costumi di un popolo differente da quello europeo. Ad accogliermi ho trovato un clima sereno, disponibile e caloroso; nel riad, nei musei, nelle botteghe e quando ho chiesto indicazioni per strada, tutti sono stati gentili. Ho trovato una certa somiglianza nelle tradizioni, da quella del pane, a quella della preghiera nelle usanze dei paesini del Sud Italia. Alcuni valori come la condivisione, il rispetto, la spontaneità, l’aiuto reciproco e il fatto a mano sono riuscita a percepirli in alcuni gesti durante il mio soggiorno marocchino.

Sono rimasta molto colpita inoltre da quanto il popolo marocchino sia un popolo lavoratore; mi è capitato molto spesso, mentre tornavo al riad, di passare da alcuni laboratori del legno e del cuoio. Ogni volta trovavo uomini, anche anziani piegati a lavorare con le mani fino a tarda sera su oggetti in legno o in cuoio; l’unica pausa concessa sembrava essere quella della preghiera.

Consiglio dunque di perdersi nei souk, di assaggiare i piatti tipici, di lasciarsi riscaldare dai raggi del sole, di essere curiosi e di ammirare con occhi diversi questa meravigliosa cultura e città.

Il mio soggiorno è durato però davvero troppo poco per conoscere in modo più approfondito la storia della città, visitare tutti i musei e i monumenti e conoscere gli usi di questo popolo. Spero in futuro di poter visitare nuovamente Marrakech e le altre città del Marocco per approfondire la mia conoscenza.

Mi auguro che questo post possa esservi d’aiuto nel vostro soggiorno a Marrakech, soprattutto se siete appassionati/e di artigianato e di tradizioni tessili.

Il mio viaggio a Marrakech ha incluso altre tappe, come il Jardin Secret, le Tombe Saadiane, i Giardini Majorelle, il Museo Berbero, il Museo di Yves Saint Laurent e una gita giornaliera con il pullman alla città costiera di Essaouira, oltre a tante piccole pause presso café e ristoranti della città.

(Volevo inoltre sottolineare che tutte le indicazioni sono strettamente personali, dunque soggettive.)

Ora tocca a voi! Avete mai visitato Marrakech? Avete consigli su cosa visitare? Cosa vi è rimasto più impresso? Fatemi sapere!

Valentina

All photos are mine unless stated otherwise. Please do not copy or use without permission. 

Thank you

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